La salute
Definire il significato di salute non è un compito facile
in quanto tutte le definizioni riflettono non solo l'ambiente sociale
e il periodo storico nei quali sono state elaborate, ma anche l’abitudine
a far riferimento alla salute unicamente come uno stato di benessere
fisico, psicologico e sociale (OMS, 1946). Tuttavia questa definizione
deve essere rivista per meglio comprendere come l'uomo, inserito
in un complesso sistema di relazioni sociali, usa le proprie risorse
interne ed esterne nell'affrontare i rischi e le sfide della vita
quotidiana. E' riduttivo, infatti, parlare di "stato"
di salute, meglio sarebbe considerare la "capacità
dell'individuo di far fronte". In questa direzione
sembra soddisfacente la definizione di Bandura (1994) della salute
come "una capacità di affrontare situazioni caratterizzate
da imperativi politici, economici e culturali sui quali abbiamo
solo un controllo limitato. In una società complessa, l'adattamento
sociale avviene su diversi livelli e in differenti contesti. La
produzione e il danneggiamento della salute sono determinati da
forze biologiche, psicologiche e sociali".
Nel tempo il concetto di salute si è arricchito.
Oggi non significa più solo assenza di malattia ma anche
ricerca del benessere fisico, psicologico e sociale fino a estendersi
al più ampio concetto di qualità della vita.
L’educazione
sanitaria
"Se chiedessimo a un ragazzo che idea si è fatto dell’educazione
sanitaria, risponderebbe pressappoco così: “Quelle
ore in cui ci dicevano di lavarci i denti e che la droga fa male”.
In altri termini, vi è qualcuno che sa (di solito medico,
assistente sanitario o insegnate) che dice agli alunni (che non
sanno) che cosa devono fare e non fare" (Ingrosso, 1994).
Secondo questo modello l’informazione sui rischi (cioè
sulle probabilità di subire malattie) e sulle tecniche utili
per minimizzare questi rischi è sufficiente a evitarli o
almeno a far crescere la consapevolezza che si stanno attuando comportamenti
sbagliati. La prevenzione viene intesa in chiave “antifortunistica”
e si traduce nella diffusione di manifesti di avvertimento e di
informazione o nell’organizzazione di incontri, conferenze,
dibattiti, generalmente caratterizzati da toni allarmistici.
Da tempo si è evidenziata l’inadeguatezza di tale formula
applicata alle azioni rivolte alla popolazione giovanile. Non solo
i ragazzi imparano poco, ma applicano ancora meno; in assenza di
motivazione questo tipo di interventi può addirittura rendere
maggiormente attraenti proprio quei comportamenti rischiosi che
si intendono prevenire.
La graduale consapevolezza delle limitazioni di una tale visione
ha favorito, nel corso degli anni, un cambiamento radicale del concetto
di prevenzione: da un modello strettamente repressivo, proibizionista
e sanzionatorio si è passati ad un modello che tenesse globalmente
in considerazione tutti i fattori di disagio di origine psicologica,
sociale e culturale presenti all'interno della società. Non
si parla più di "cause" della malattia o del disagio,
ma di "fattori di rischio".
L’educazione
alla salute
L’educazione alla salute in senso promozionale tende a sollecitare
l’individuo ad assumersi responsabilità per quanto
concerne la salute propria e altrui e, nello stesso tempo a sviluppare
le proprie attitudini a inserirsi consapevolmente e a partecipare
in modo costruttivo alla vita della comunità di cui fa parte.
L’educazione alla salute “si configura come un aspetto
tecnico della promozione della salute, il suo braccio secolare,
in quanto risultante di azioni specificamente organizzate, finalizzate
a obiettivi di salute, svolte da soggetti a ciò espressamente
deputati e preparati, che operano in ben individuati settori di
intervento” (Briziarelli, 1993).
Le linee-guida per lo sviluppo degli obiettivi di progetti di educazione
alla salute sono:
- far crescere la consapevolezza e le capacità individuali
riguardo la salute e la malattia, il corpo e le sue funzioni,
la prevenzione e l'autogestione
- elevare la competenza e la conoscenza per l'uso dei servizi
socio-sanitari
- accrescere la coscienza sui fattori sociali, politici e ambientali
che influenzano la salute.
I principali attori coinvolti nella realizzazione di questi obiettivi
sono la scuola e i servizi sociosanitari.
Gli interventi di educazione alla salute sono caratterizzati da
alcuni elementi chiave:
- conoscere i bisogni, le abitudini, gli atteggiamenti, i comportamenti
del gruppo destinatario dell'intervento
- dare priorità ai problemi che il gruppo reputa più
importanti
- avere chiara consapevolezza degli obiettivi
- promuovere la partecipazione del gruppo in tutte le fasi
- individuare e rimuovere le resistenze all'intervento
- considerare l'importanza delle persona chiave, i leaders
- individuare le risorse esistenti
- realizzare il programma attraverso metodi didattici fondati
sul coinvolgimento dei destinatari
- valutare l'efficacia dell'intervento.
Ingrosso (1996) sostiene che “se la salute non è un
insieme di conoscenze, ma piuttosto un insieme di atteggiamenti
con cui entrare nella vita sociale, l’educazione alla salute
non è riconducibile a informazioni, anche quando queste venissero
offerte con le migliori tecniche di gestione o attraverso modalità
attive di elaborazione da parte degli adolescenti. Lavorare su competenze
e atteggiamenti vede gli adolescenti in costante scambio emotivo
e culturale con l’ambiente, per poi trovare spazi e tempi
di metacomunicazione”.
La promozione della
salute
L'educazione alla salute si pone dunque come parte della promozione
della salute, la quale viene definita nella Carta di Ottawa come
un processo globale di cambiamento articolato su vari livelli che
riguarda la società nel suo insieme, e comprende dunque "...
tutti gli interventi che in qualche modo hanno a che vedere con
la salute: gli interventi sull'ambiente, la qualità dello
sviluppo, le modalità produttive, i modelli operativi dell'economia,
l'istruzione, la rete ed il funzionamento dei servizi, ecc., cioè
tutto quanto la società mette in movimento in merito alla
salute stessa" (Briziarelli, 1993).

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce
negli anni ottanta la Promozione della Salute come “il processo
che conferisce alle popolazioni i mezzi per assicurare un maggior
controllo sul proprio livello di salute e migliorarlo. Per raggiungere
un completo benessere fisico, mentale, sociale, un individuo, o
un gruppo deve essere in grado di identificare e realizzare le proprie
aspirazioni, soddisfare i propri bisogni, agire sull’ambiente.
La salute è considerata una risorsa per la vita quotidiana,
non è l’obiettivo della vita; è un concetto
positivo che valorizza le risorse sociali e individuali, oltre alle
capacità fisiche. La Promozione della Salute non è
responsabilità esclusiva del settore sanitario, va al di
là degli stili di vita e punta al benessere” (OMS,
1986).
In particolare, gli interventi consistono in:
- assicurare i pre-requisiti della salute (la pace, un tetto,
l'istruzione, il cibo, un reddito, un eco-sistema stabile, la
continuità delle risorse, la giustizia, l'equità
sociale)
- sensibilizzare ai temi della salute
- fornire gli strumenti per conseguire il massimo potenziale
di salute riducendo le differenze e assicurando pari opportunità
e risorse a tutti i cittadini
- mediare i diversi interessi presenti nella società ai
fini della promozione della salute
- costruire una politica pubblica per la tutela della salute
- creare ambienti capaci di offrire sostegno
- rafforzare l'azione della comunità tramite l'attivazione
delle risorse umane e materiali esistenti in essa per favorire
l'autosufficienza e la solidarietà sociale
- sviluppare le capacità personali fornendo informazioni
e assicurando l'istruzione sul problema della salute e migliorando
le attitudini verso la vita
- riorientare i servizi sanitari aprendo canali di comunicazione
con le più vaste componenti sociali, politiche, economiche
ed ambientali, ponendo una maggiore attenzione verso la ricerca
scientifica
I cardini di una metodologia preventiva in un’ottica di
promozione della salute sono:
- partecipazione, che si ottiene attraverso il coinvolgimento
degli stessi soggetti destinatari dell’intervento
- strategia della “concertazione”, ossia il coinvolgimento
di tutti i soggetti presenti nella comunità locale che
svolgono in modo formale o informale un ruolo educativo
- utilizzo di metodologie diverse ed articolate in connessione
con i diversi livelli di intervento
- obiettivi concreti, raggiungibili, valutabili
- visione strategica, orientata cioè al futuro e all’attivazione
di risorse che in futuro si rigenerino
Quali conseguenze?
Parlare di promozione della salute invece che di prevenzione comporta
alcune conseguenze pratiche. Prima di tutto viene accantonata l’idea
che possano esistere delle soluzioni standardizzate per risolvere
i problemi: se nel concetto di prevenzione è insita l’ipotesi
che vi siano delle buone regole di condotta, attenendosi alle quali
determinati rischi o patologie verranno tenuti lontani, nel concetto
di promozione della salute è insita l’idea che ciascun
individuo, in un quadro di benessere generale della propria persona,
potrà e dovrà scegliere le regole di comportamento
più adatte a lui.
Compito dell’operatore sarà dunque quello di mettere
in condizione le persone di scegliere ciò che è meglio
per loro, non ciò che i sacri testi hanno deciso sia bene
per loro fornendo ogni conoscenza di cui sia in possesso, ma, soprattutto,
aiutando le persone a cercare loro stesse le conoscenze di cui abbiano
bisogno per scegliere.
Infatti l’operatore dovrà agire tenendo presente che
l’apprendimento duraturo è sempre una conquista individuale
frutto di una riflessione personale, di scelte che nascono da una
ristrutturazione del proprio campo cognitivo sulla base di nuove
acquisizioni. Ciò comporta la necessità di iniziare
ogni lavoro con una ricognizione preliminare sugli atteggiamenti,
le conoscenze e le concezioni in materia tipici dei soggetti che
verranno investiti dal lavoro e di predisporre l’intervento
sulla base dei dati raccolti. Il tutto, ovviamente, sempre tenendo
presente che per aiutare le persone a scegliere non si può
essere né prescrittivi né troppo sicuri di essere
sempre nel giusto o di detenere la vera conoscenza, ma è
necessario essere abili nel cogliere le possibilità che ogni
situazione offre in modo da conciliare il proprio discorso con le
necessità, le conoscenze e gli atteggiamenti dei soggetti
coi quali si opera. All’operatore è richiesta infatti
una grande capacità di adattamento, perché è
necessario che egli sia in grado di adattarsi di volta in volta
alle diverse situazioni, e una grande capacità di mettersi
in relazione con gli altri in modo da capire quale sia la via migliore
per l’intervento.
In una parola, parlare di promozione della salute anziché
di prevenzione toglie all’operatore la possibilità
di ergersi a giudice dei comportamenti altrui e di utilizzare le
proprie conoscenze in modo prescrittivo, e, in ogni caso, impedisce
di pensare che vi possa essere un discorso buono per ogni occasione
o che vi sia un modello di lavoro valido sempre e ovunque (con ciò
non si vuole sostenere che non vi possano essere dei modelli generali
sulla base dei quali andranno poi “tagliati” e calibrati
i singoli interventi, ma che, purtroppo, non è detto che
ciò che ha funzionato benissimo in una situazione funzioni
altrettanto bene anche in una che di primo acchito sembrava consimile).
(Tratto da “Prevenire è meglio che curare” di
Silvia Kanizsa in “Alcol, quando il limite diventa risorsa”,
Franco Angeli, Milano, 1999)
Buoni preventologi o
lavoro di gruppo?
Quali competenze, quali conoscenze e quali qualifiche caratterizzano,
dunque un buon preventologo? E, soprattutto, esiste un’unica
figura che le racchiuda in sé? Le competenze di questa figura
sono molte e variate. In particolare ci interessa qui capire quali
possano essere le competenze dell’operatore istituzionale
(o di colui cui venga riconosciuta la leadership) che è anche
la figura più complessa, proprio perché avrebbe principalmente
il compito di organizzare e sovrintendere al lavoro. Infatti, oltre
a una conoscenza delle problematiche correlate è importante
che chi si occupa di prevenzione sia in grado di compiere scelte
anche innovative in campo metodologico, sia in grado di progettare
interventi anche non standard e sia in grado di aiutare altri a
operare; ma chi si occupa di prevenzione difficilmente sarà
escluso dal lavoro sul campo, quindi dovrà essere anche in
grado di porsi in relazione con i soggetti dell’intervento
in modo da essere accettato (quindi dovrà, ad esempio, porre
attenzione al linguaggio da usare, agli usi delle persone con le
quali lavora, e così via) e così da poter proporre
un percorso che li veda protagonisti attivi e non passivi, dovrà,
quindi, essere in grado di valorizzare gli apporti dei singoli e
di permettere al gruppo di elaborare delle riflessioni e delle soluzioni
personali alle problematiche esaminate. In poche parole dovrà
essere una figura competente oltre che dal punto di vista scientifico
anche dal punto di vista dell’organizzazione, della programmazione
e della gestione di gruppi di lavoro, a vari livelli. Ma, visto
che difficilmente una sola persona riesce ad assommare in sé
tutte queste caratteristiche, è più probabile che
la prevenzione possa essere portata avanti con successo da un gruppo
(un’équipe? un team?) in cui siano presenti operatori
con competenze diverse.
(Tratto da: da “Prevenire è meglio che curare”
di Silvia Kanizsa in “Alcol, quando il limite diventa risorsa”,
Franco Angeli, Milano, 1999)
La comunicazione nella
prevenzione
Create un clima quanto più possibile caldo e accogliente
dal punto di vista affettivo.
Alle volte basta il tono della voce, lo sguardo per aiutare, chi
è più timido o più debole, a sentirsi protetto
e a comunicare agli altri quello che ha dentro.... E’ chiaro
che questo non può coesistere con commenti e/o battute su
quanto via via emergerà.
Create lo “spazio” necessario all’espressione
di tutti.
Prestate attenzione, per esempio, al tempo che pensate di dedicare
al lavoro: se un gruppo è formato da 20 persone, un’ora
di attivazione equivale a 3 minuti netti a testa.
Favorite l’espressione di tutti i presenti.
In linea con quanto detto sopra, è compito dell’adulto
che “conduce” prestare attenzione affinché tutti
possano intervenire liberamente.
Mantenete un atteggiamento non giudicante.
Quello che conta è che ognuno possa esprimersi al meglio;
durante questo tipo di attività non esistono risposte giuste
o sbagliate, dal momento che ogni persona esprime i suoi vissuti.
Anche se è indubbiamente difficile, rimandate a un secondo
momento la ripresa critica di quanto emerso.
Mantenete il livello del lavoro “sulle idee” ponendo
attenzione a non “scadere” sul personale.
E’ facile, quando si ha a che fare con gruppi formati da persone
che si “conoscono molto bene” (e il caso della propria
classe è certamente questo), fare fatica ad accettare che
una persona possa dire cose che non corrispondono alla nostra idea
di lui/lei. Lo scopo delle attivazioni, invece, è proprio
quello di offrire a tutti la possibilità di “ri-giocare”
il proprio ruolo (ovvero, un ragazzo può essere il migliore
della classe in tutte le materie, ma non per questo sarà
necessariamente il più spigliato e/o il più aperto).
Ponete attenzione al livello di attenzione del gruppo.
Come noto, il livello di attenzione dopo un certo periodo di tempo
precipita; è quindi importantissimo variare “il ritmo”
dell’attività in modo da mantenere un livello di attenzione
il più possibile elevato da parte di tutti.
Controllate anche che i contenuti via via emersi non raggiungano
un livello di “pesantezza insopportabile” (in alcuni
momenti di gruppo su tematiche legate al disagio, ad esempio, potrebbero
emergere vissuti molto toccanti; occorrerà essere pronti
a smorzare questo tipo di tensioni, pena “l’esplosione”
dell’attività).
Valorizzate quanto più possibile tutto il materiale
prodotto e i contenuti emersi dal gruppo.
Tutti hanno portato del loro” ed è giusto che ciò
gli venga riconosciuto. Alle volte anche una gratificazione di gruppo
può essere molto importante!.
State attenti a non diventare “delatori”.
In particolare quando il lavoro ha fatto emergere vissuti personali,
è importante gestire bene le informazioni emerse ed evitare
la spiacevole conseguenza, per esempio, di far sentire i ragazzi
“traditi” nella loro fiducia. Attenzione dunque ai “colloqui
con i genitori” e alle altre occasioni similari. Nel corso
degli anni ci è capitato diverse volte di veder fallire laboratori
o attivazioni proprio per questo motivo.
D’altra parte considerato che l’insegnante può
venire a conoscenza di informazioni importanti su singole situazioni
che necessitino di ulteriori approfondimenti e/o contromisure, è
possibile prevenire tutto questo semplicemente esplicitando, nelle
fasi di avvio dell’attivazione, “le regole del segreto”
e i limiti di questo (ad esempio: ogni partecipante è tenuto
al segreto; oppure l’insegnante ne potrà parlare con
i suoi “colleghi”; oppure, ancora, tutti potranno parlare
delle cose emerse ma non delle persone che le hanno dette ecc. ecc.).
Siate “delicati” nell’utilizzo di quanto
emerso e dei contenuti emotivamente più carichi trattati.
Quando una persona “si scopre” nei confronti di altri,
pretende il loro rispetto. E’ proprio quello che accade nei
giorni, nelle settimane, nei mesi successivi a un lavoro di gruppo.
Chiunque abbia messo in luce “lati nascosti” o “parti
profonde” di sé non vuole e non deve essere assolutamente
discriminato per questo. Occorre prestare molta attenzione a non
farlo neanche involontariamente e/o a fin di bene: è classico
in questo caso l’eccesso di tutela che viene offerto a una
persona esplicitando - e quindi comunicando - agli altri i motivi
che portano a questo.
Gli stop alla comunicazione
Linguaggio non adeguato
Giudizi e valutazioni negative
Atteggiamento di superiorità
Eccesso di informazioni
Assenza di struttura
Distanza fisica e psicologica
Manipolazione/controllo
I via libera alla comunicazione
Essenzialità
Scorrevolezza (ritmo, tono, enfasi)
Utilizzare canali diversi (immagini, suoni)
Coinvolgere gli interlocutori
Fornire esempi concreti
Mantenere l’interesse
Osservare i feedback
Cosa cercano i giovani
informazioni chiare e trasparenti, senza manipolazioni
messaggi che facciano uso dell’ironia, dell’humour,
del doppio senso
un approccio che li consideri persone in grado di sviluppare un
pensiero autonomo
occasioni di confronto con gli adulti senza preconcetti

Il ruolo dell’operatore
Tenere in conto che non esistono soluzioni standardizzate applicabili
a ogni tipologia di contesto
Essere flessibile e riconoscere che non esiste un discorso universalmente
applicabile
Attribuzione di responsabilità all’individuo, riconosciuto
capace di scegliere le proprie regole di comportamento
Ricognizione preliminare degli atteggiamenti, le conoscenze e
le concezioni in materia tipici dei destinatari
Abilità nel cogliere le possibilità che ogni situazione
offre in modo da conciliare il proprio discorso con chi abbiamo
davanti
Capacità di adattamento
Capacità di mettersi in relazione con gli altri in modo
da capire quale sia la via migliore per l’intervento
L’operatore come facilitatore: una persona che agevola il
processo di maturazione dell’individuo e lo mette in condizione
di poter scegliere
L’operatore professionale come stimolo per l’attivazione
di altre figure “informali”
Non esiste la figura del preventologo, ma ogni intervento deve
prevedere il coinvolgimento di profili professionali diversi (educatori,
psicologi, medici, assistenti sociali, ecc.) |