Platone indicando le linee per garantire un sistema di vita armonico, nel terzo libro della Repubblica, dice: “O non converrà piuttosto cercare quegli artefici nobilmente capaci di seguire le tracce della natura del bello e dell’armonioso, affinché i giovani, abitando in un luogo salubre, ne traggano giovamento allorché dalle opere belle colpisca loro la vista e l’udito quasi un’aura apportatrice di sanità da luoghi sani, e li conduca sin da fanciulli, senza che se ne avvedano, a farsi conformi, amici e concordi con la retta ragione?”. Le indicazioni di Platone racchiudono in sé tutti gli elementi della promozione del benessere inteso nel senso più ampio, includendo sia i concetti di educazione alla salute che di promozione della salute.

La salute

Definire il significato di salute non è un compito facile in quanto tutte le definizioni riflettono non solo l'ambiente sociale e il periodo storico nei quali sono state elaborate, ma anche l’abitudine a far riferimento alla salute unicamente come uno stato di benessere fisico, psicologico e sociale (OMS, 1946). Tuttavia questa definizione deve essere rivista per meglio comprendere come l'uomo, inserito in un complesso sistema di relazioni sociali, usa le proprie risorse interne ed esterne nell'affrontare i rischi e le sfide della vita quotidiana. E' riduttivo, infatti, parlare di "stato" di salute, meglio sarebbe considerare la "capacità dell'individuo di far fronte". In questa direzione sembra soddisfacente la definizione di Bandura (1994) della salute come "una capacità di affrontare situazioni caratterizzate da imperativi politici, economici e culturali sui quali abbiamo solo un controllo limitato. In una società complessa, l'adattamento sociale avviene su diversi livelli e in differenti contesti. La produzione e il danneggiamento della salute sono determinati da forze biologiche, psicologiche e sociali".

Nel tempo il concetto di salute si è arricchito. Oggi non significa più solo assenza di malattia ma anche ricerca del benessere fisico, psicologico e sociale fino a estendersi al più ampio concetto di qualità della vita.

L’educazione sanitaria

"Se chiedessimo a un ragazzo che idea si è fatto dell’educazione sanitaria, risponderebbe pressappoco così: “Quelle ore in cui ci dicevano di lavarci i denti e che la droga fa male”. In altri termini, vi è qualcuno che sa (di solito medico, assistente sanitario o insegnate) che dice agli alunni (che non sanno) che cosa devono fare e non fare" (Ingrosso, 1994).

Secondo questo modello l’informazione sui rischi (cioè sulle probabilità di subire malattie) e sulle tecniche utili per minimizzare questi rischi è sufficiente a evitarli o almeno a far crescere la consapevolezza che si stanno attuando comportamenti sbagliati. La prevenzione viene intesa in chiave “antifortunistica” e si traduce nella diffusione di manifesti di avvertimento e di informazione o nell’organizzazione di incontri, conferenze, dibattiti, generalmente caratterizzati da toni allarmistici.

Da tempo si è evidenziata l’inadeguatezza di tale formula applicata alle azioni rivolte alla popolazione giovanile. Non solo i ragazzi imparano poco, ma applicano ancora meno; in assenza di motivazione questo tipo di interventi può addirittura rendere maggiormente attraenti proprio quei comportamenti rischiosi che si intendono prevenire.

La graduale consapevolezza delle limitazioni di una tale visione ha favorito, nel corso degli anni, un cambiamento radicale del concetto di prevenzione: da un modello strettamente repressivo, proibizionista e sanzionatorio si è passati ad un modello che tenesse globalmente in considerazione tutti i fattori di disagio di origine psicologica, sociale e culturale presenti all'interno della società. Non si parla più di "cause" della malattia o del disagio, ma di "fattori di rischio".

L’educazione alla salute

L’educazione alla salute in senso promozionale tende a sollecitare l’individuo ad assumersi responsabilità per quanto concerne la salute propria e altrui e, nello stesso tempo a sviluppare le proprie attitudini a inserirsi consapevolmente e a partecipare in modo costruttivo alla vita della comunità di cui fa parte.

L’educazione alla salute “si configura come un aspetto tecnico della promozione della salute, il suo braccio secolare, in quanto risultante di azioni specificamente organizzate, finalizzate a obiettivi di salute, svolte da soggetti a ciò espressamente deputati e preparati, che operano in ben individuati settori di intervento” (Briziarelli, 1993).

Le linee-guida per lo sviluppo degli obiettivi di progetti di educazione alla salute sono:

  • far crescere la consapevolezza e le capacità individuali riguardo la salute e la malattia, il corpo e le sue funzioni, la prevenzione e l'autogestione
  • elevare la competenza e la conoscenza per l'uso dei servizi socio-sanitari
  • accrescere la coscienza sui fattori sociali, politici e ambientali che influenzano la salute.

I principali attori coinvolti nella realizzazione di questi obiettivi sono la scuola e i servizi sociosanitari.

Gli interventi di educazione alla salute sono caratterizzati da alcuni elementi chiave:

  • conoscere i bisogni, le abitudini, gli atteggiamenti, i comportamenti del gruppo destinatario dell'intervento
  • dare priorità ai problemi che il gruppo reputa più importanti
  • avere chiara consapevolezza degli obiettivi
  • promuovere la partecipazione del gruppo in tutte le fasi
  • individuare e rimuovere le resistenze all'intervento
  • considerare l'importanza delle persona chiave, i leaders
  • individuare le risorse esistenti
  • realizzare il programma attraverso metodi didattici fondati sul coinvolgimento dei destinatari
  • valutare l'efficacia dell'intervento.

Ingrosso (1996) sostiene che “se la salute non è un insieme di conoscenze, ma piuttosto un insieme di atteggiamenti con cui entrare nella vita sociale, l’educazione alla salute non è riconducibile a informazioni, anche quando queste venissero offerte con le migliori tecniche di gestione o attraverso modalità attive di elaborazione da parte degli adolescenti. Lavorare su competenze e atteggiamenti vede gli adolescenti in costante scambio emotivo e culturale con l’ambiente, per poi trovare spazi e tempi di metacomunicazione”.

La promozione della salute

L'educazione alla salute si pone dunque come parte della promozione della salute, la quale viene definita nella Carta di Ottawa come un processo globale di cambiamento articolato su vari livelli che riguarda la società nel suo insieme, e comprende dunque "... tutti gli interventi che in qualche modo hanno a che vedere con la salute: gli interventi sull'ambiente, la qualità dello sviluppo, le modalità produttive, i modelli operativi dell'economia, l'istruzione, la rete ed il funzionamento dei servizi, ecc., cioè tutto quanto la società mette in movimento in merito alla salute stessa" (Briziarelli, 1993).

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce negli anni ottanta la Promozione della Salute come “il processo che conferisce alle popolazioni i mezzi per assicurare un maggior controllo sul proprio livello di salute e migliorarlo. Per raggiungere un completo benessere fisico, mentale, sociale, un individuo, o un gruppo deve essere in grado di identificare e realizzare le proprie aspirazioni, soddisfare i propri bisogni, agire sull’ambiente. La salute è considerata una risorsa per la vita quotidiana, non è l’obiettivo della vita; è un concetto positivo che valorizza le risorse sociali e individuali, oltre alle capacità fisiche. La Promozione della Salute non è responsabilità esclusiva del settore sanitario, va al di là degli stili di vita e punta al benessere” (OMS, 1986).

In particolare, gli interventi consistono in:

  1. assicurare i pre-requisiti della salute (la pace, un tetto, l'istruzione, il cibo, un reddito, un eco-sistema stabile, la continuità delle risorse, la giustizia, l'equità sociale)
  2. sensibilizzare ai temi della salute
  3. fornire gli strumenti per conseguire il massimo potenziale di salute riducendo le differenze e assicurando pari opportunità e risorse a tutti i cittadini
  4. mediare i diversi interessi presenti nella società ai fini della promozione della salute
  5. costruire una politica pubblica per la tutela della salute
  6. creare ambienti capaci di offrire sostegno
  7. rafforzare l'azione della comunità tramite l'attivazione delle risorse umane e materiali esistenti in essa per favorire l'autosufficienza e la solidarietà sociale
  8. sviluppare le capacità personali fornendo informazioni e assicurando l'istruzione sul problema della salute e migliorando le attitudini verso la vita
  9. riorientare i servizi sanitari aprendo canali di comunicazione con le più vaste componenti sociali, politiche, economiche ed ambientali, ponendo una maggiore attenzione verso la ricerca scientifica

I cardini di una metodologia preventiva in un’ottica di promozione della salute sono:

  • partecipazione, che si ottiene attraverso il coinvolgimento degli stessi soggetti destinatari dell’intervento
  • strategia della “concertazione”, ossia il coinvolgimento di tutti i soggetti presenti nella comunità locale che svolgono in modo formale o informale un ruolo educativo
  • utilizzo di metodologie diverse ed articolate in connessione con i diversi livelli di intervento
  • obiettivi concreti, raggiungibili, valutabili
  • visione strategica, orientata cioè al futuro e all’attivazione di risorse che in futuro si rigenerino

Quali conseguenze?

Parlare di promozione della salute invece che di prevenzione comporta alcune conseguenze pratiche. Prima di tutto viene accantonata l’idea che possano esistere delle soluzioni standardizzate per risolvere i problemi: se nel concetto di prevenzione è insita l’ipotesi che vi siano delle buone regole di condotta, attenendosi alle quali determinati rischi o patologie verranno tenuti lontani, nel concetto di promozione della salute è insita l’idea che ciascun individuo, in un quadro di benessere generale della propria persona, potrà e dovrà scegliere le regole di comportamento più adatte a lui.

Compito dell’operatore sarà dunque quello di mettere in condizione le persone di scegliere ciò che è meglio per loro, non ciò che i sacri testi hanno deciso sia bene per loro fornendo ogni conoscenza di cui sia in possesso, ma, soprattutto, aiutando le persone a cercare loro stesse le conoscenze di cui abbiano bisogno per scegliere.

Infatti l’operatore dovrà agire tenendo presente che l’apprendimento duraturo è sempre una conquista individuale frutto di una riflessione personale, di scelte che nascono da una ristrutturazione del proprio campo cognitivo sulla base di nuove acquisizioni. Ciò comporta la necessità di iniziare ogni lavoro con una ricognizione preliminare sugli atteggiamenti, le conoscenze e le concezioni in materia tipici dei soggetti che verranno investiti dal lavoro e di predisporre l’intervento sulla base dei dati raccolti. Il tutto, ovviamente, sempre tenendo presente che per aiutare le persone a scegliere non si può essere né prescrittivi né troppo sicuri di essere sempre nel giusto o di detenere la vera conoscenza, ma è necessario essere abili nel cogliere le possibilità che ogni situazione offre in modo da conciliare il proprio discorso con le necessità, le conoscenze e gli atteggiamenti dei soggetti coi quali si opera. All’operatore è richiesta infatti una grande capacità di adattamento, perché è necessario che egli sia in grado di adattarsi di volta in volta alle diverse situazioni, e una grande capacità di mettersi in relazione con gli altri in modo da capire quale sia la via migliore per l’intervento.

In una parola, parlare di promozione della salute anziché di prevenzione toglie all’operatore la possibilità di ergersi a giudice dei comportamenti altrui e di utilizzare le proprie conoscenze in modo prescrittivo, e, in ogni caso, impedisce di pensare che vi possa essere un discorso buono per ogni occasione o che vi sia un modello di lavoro valido sempre e ovunque (con ciò non si vuole sostenere che non vi possano essere dei modelli generali sulla base dei quali andranno poi “tagliati” e calibrati i singoli interventi, ma che, purtroppo, non è detto che ciò che ha funzionato benissimo in una situazione funzioni altrettanto bene anche in una che di primo acchito sembrava consimile).

(Tratto da “Prevenire è meglio che curare” di Silvia Kanizsa in “Alcol, quando il limite diventa risorsa”, Franco Angeli, Milano, 1999)

Buoni preventologi o lavoro di gruppo?

Quali competenze, quali conoscenze e quali qualifiche caratterizzano, dunque un buon preventologo? E, soprattutto, esiste un’unica figura che le racchiuda in sé? Le competenze di questa figura sono molte e variate. In particolare ci interessa qui capire quali possano essere le competenze dell’operatore istituzionale (o di colui cui venga riconosciuta la leadership) che è anche la figura più complessa, proprio perché avrebbe principalmente il compito di organizzare e sovrintendere al lavoro. Infatti, oltre a una conoscenza delle problematiche correlate è importante che chi si occupa di prevenzione sia in grado di compiere scelte anche innovative in campo metodologico, sia in grado di progettare interventi anche non standard e sia in grado di aiutare altri a operare; ma chi si occupa di prevenzione difficilmente sarà escluso dal lavoro sul campo, quindi dovrà essere anche in grado di porsi in relazione con i soggetti dell’intervento in modo da essere accettato (quindi dovrà, ad esempio, porre attenzione al linguaggio da usare, agli usi delle persone con le quali lavora, e così via) e così da poter proporre un percorso che li veda protagonisti attivi e non passivi, dovrà, quindi, essere in grado di valorizzare gli apporti dei singoli e di permettere al gruppo di elaborare delle riflessioni e delle soluzioni personali alle problematiche esaminate. In poche parole dovrà essere una figura competente oltre che dal punto di vista scientifico anche dal punto di vista dell’organizzazione, della programmazione e della gestione di gruppi di lavoro, a vari livelli. Ma, visto che difficilmente una sola persona riesce ad assommare in sé tutte queste caratteristiche, è più probabile che la prevenzione possa essere portata avanti con successo da un gruppo (un’équipe? un team?) in cui siano presenti operatori con competenze diverse.
(Tratto da: da “Prevenire è meglio che curare” di Silvia Kanizsa in “Alcol, quando il limite diventa risorsa”, Franco Angeli, Milano, 1999)

La comunicazione nella prevenzione

  • Create un clima quanto più possibile caldo e accogliente dal punto di vista affettivo.
    Alle volte basta il tono della voce, lo sguardo per aiutare, chi è più timido o più debole, a sentirsi protetto e a comunicare agli altri quello che ha dentro.... E’ chiaro che questo non può coesistere con commenti e/o battute su quanto via via emergerà.

  • Create lo “spazio” necessario all’espressione di tutti.
    Prestate attenzione, per esempio, al tempo che pensate di dedicare al lavoro: se un gruppo è formato da 20 persone, un’ora di attivazione equivale a 3 minuti netti a testa.

  • Favorite l’espressione di tutti i presenti.
    In linea con quanto detto sopra, è compito dell’adulto che “conduce” prestare attenzione affinché tutti possano intervenire liberamente.

  • Mantenete un atteggiamento non giudicante.
    Quello che conta è che ognuno possa esprimersi al meglio; durante questo tipo di attività non esistono risposte giuste o sbagliate, dal momento che ogni persona esprime i suoi vissuti.
    Anche se è indubbiamente difficile, rimandate a un secondo momento la ripresa critica di quanto emerso.

  • Mantenete il livello del lavoro “sulle idee” ponendo attenzione a non “scadere” sul personale.
    E’ facile, quando si ha a che fare con gruppi formati da persone che si “conoscono molto bene” (e il caso della propria classe è certamente questo), fare fatica ad accettare che una persona possa dire cose che non corrispondono alla nostra idea di lui/lei. Lo scopo delle attivazioni, invece, è proprio quello di offrire a tutti la possibilità di “ri-giocare” il proprio ruolo (ovvero, un ragazzo può essere il migliore della classe in tutte le materie, ma non per questo sarà necessariamente il più spigliato e/o il più aperto).

  • Ponete attenzione al livello di attenzione del gruppo.
    Come noto, il livello di attenzione dopo un certo periodo di tempo precipita; è quindi importantissimo variare “il ritmo” dell’attività in modo da mantenere un livello di attenzione il più possibile elevato da parte di tutti.
    Controllate anche che i contenuti via via emersi non raggiungano un livello di “pesantezza insopportabile” (in alcuni momenti di gruppo su tematiche legate al disagio, ad esempio, potrebbero emergere vissuti molto toccanti; occorrerà essere pronti a smorzare questo tipo di tensioni, pena “l’esplosione” dell’attività).

  • Valorizzate quanto più possibile tutto il materiale prodotto e i contenuti emersi dal gruppo.
    Tutti hanno portato del loro” ed è giusto che ciò gli venga riconosciuto. Alle volte anche una gratificazione di gruppo può essere molto importante!.

  • State attenti a non diventare “delatori”.
    In particolare quando il lavoro ha fatto emergere vissuti personali, è importante gestire bene le informazioni emerse ed evitare la spiacevole conseguenza, per esempio, di far sentire i ragazzi “traditi” nella loro fiducia. Attenzione dunque ai “colloqui con i genitori” e alle altre occasioni similari. Nel corso degli anni ci è capitato diverse volte di veder fallire laboratori o attivazioni proprio per questo motivo.
    D’altra parte considerato che l’insegnante può venire a conoscenza di informazioni importanti su singole situazioni che necessitino di ulteriori approfondimenti e/o contromisure, è possibile prevenire tutto questo semplicemente esplicitando, nelle fasi di avvio dell’attivazione, “le regole del segreto” e i limiti di questo (ad esempio: ogni partecipante è tenuto al segreto; oppure l’insegnante ne potrà parlare con i suoi “colleghi”; oppure, ancora, tutti potranno parlare delle cose emerse ma non delle persone che le hanno dette ecc. ecc.).

  • Siate “delicati” nell’utilizzo di quanto emerso e dei contenuti emotivamente più carichi trattati.
    Quando una persona “si scopre” nei confronti di altri, pretende il loro rispetto. E’ proprio quello che accade nei giorni, nelle settimane, nei mesi successivi a un lavoro di gruppo. Chiunque abbia messo in luce “lati nascosti” o “parti profonde” di sé non vuole e non deve essere assolutamente discriminato per questo. Occorre prestare molta attenzione a non farlo neanche involontariamente e/o a fin di bene: è classico in questo caso l’eccesso di tutela che viene offerto a una persona esplicitando - e quindi comunicando - agli altri i motivi che portano a questo.

    Gli stop alla comunicazione

  • Linguaggio non adeguato
  • Giudizi e valutazioni negative
  • Atteggiamento di superiorità
  • Eccesso di informazioni
  • Assenza di struttura
  • Distanza fisica e psicologica
  • Manipolazione/controllo


    I via libera alla comunicazione

  • Essenzialità
  • Scorrevolezza (ritmo, tono, enfasi)
  • Utilizzare canali diversi (immagini, suoni)
  • Coinvolgere gli interlocutori
  • Fornire esempi concreti
  • Mantenere l’interesse
  • Osservare i feedback


    Cosa cercano i giovani

  • informazioni chiare e trasparenti, senza manipolazioni
  • messaggi che facciano uso dell’ironia, dell’humour, del doppio senso
  • un approccio che li consideri persone in grado di sviluppare un pensiero autonomo
  • occasioni di confronto con gli adulti senza preconcetti


    Il ruolo dell’operatore

  • Tenere in conto che non esistono soluzioni standardizzate applicabili a ogni tipologia di contesto
  • Essere flessibile e riconoscere che non esiste un discorso universalmente applicabile
  • Attribuzione di responsabilità all’individuo, riconosciuto capace di scegliere le proprie regole di comportamento
  • Ricognizione preliminare degli atteggiamenti, le conoscenze e le concezioni in materia tipici dei destinatari
  • Abilità nel cogliere le possibilità che ogni situazione offre in modo da conciliare il proprio discorso con chi abbiamo davanti
  • Capacità di adattamento
  • Capacità di mettersi in relazione con gli altri in modo da capire quale sia la via migliore per l’intervento
  • L’operatore come facilitatore: una persona che agevola il processo di maturazione dell’individuo e lo mette in condizione di poter scegliere
  • L’operatore professionale come stimolo per l’attivazione di altre figure “informali”
  • Non esiste la figura del preventologo, ma ogni intervento deve prevedere il coinvolgimento di profili professionali diversi (educatori, psicologi, medici, assistenti sociali, ecc.)